lunedì 14 giugno 2010

Bill (of right), pleas!

Ecco qui a domandar il conto, a sentir batter cassa e controllarmi nelle tasche alla ricerca degli spicci, sperando che bastino. Che dopo anni ancora non mi si conosca non ci credo. Preferisco credere che mi s'ignori; che mi si reputi caro come la mezza minerale all'aeroporto. Questo avrebbe un senso. Perchè per me, senso, ce l'hanno la maggior parte delle cose di questo mondo. Ed allora la scelta consapevole va nella direzione avverso alla mia. Non so se è vero che gli uomini rifuggono dal confronto. So che per me rappresenta tappa inutile. Al sorgere della necessità di affrontare un problema, quello è già bello che adulto e legarlo sul passeggino a dir poco mi pare stupido.
Ed allora che costanza sia. Che impari a non dimenticarmi di passi miei, e che m'importi meno di quello che mi si fa notare come non ancora fatto. Ho fiducia e questo non è bene.
Il sorriso che non se ne va, quando la consapevolezza di non esser intuito diventa certezza. Strada da fare o semplice sentiero da percorrere.
Sperando non esser salato.

lunedì 7 giugno 2010

Dipinto

Tela piccola. Direi un raffaellino, per iniziare.
Solita regola: ad ogni emozione un colore, ad ogni colore una forma. Colori puri, non diluiti. Si accettano solo cieleste e rosa, perchè fan parte della mia natura. Non s'è mai visto dipinto regalar serenità senza il primo e umanità senza il secondo.
Pennello grande. Vado di rosso. Traccio gli angoli. L'intensità e la passionalità con cui vivo i miei pensieri stavolta la releghiamo sullo sfondo. Tre su quattro. Troppa simmetria potrebbe nuocere. Non sia mai che qualcuno mi possa capire. Linee che seguo i bordi e tornano a metà via. Grumo di colore. Sin da subito. Stacco il pennello e ne traccio altre due. Mezze diagonali direi. Convergono. Abbiamo il vero del dipinto. Il rosso chiama il blu. Ne butto parecchio nella tavolozza. Vado a rimarcar tutte le linee. Son solo cinque ma serve spessore. Il blu è il colore della profondità. Ne auspico più di quanto questo mondo possa darne. Troppa schiettezza. Serve confusione. Allora il giallo. Stavolta pennello sottile. Dal centro. Servono le lancette dell'orologio. Il tempo per me è la misura base. Di getto, diciamo che sono le cinque e cinquanta. Il cinque in Africa è un numero portafortuna. Lo uso. Lo faccio mio. Siamo al giallo. Ecco il bianco. Vicino, sopra. A rimarcar tutto. Tranne il rosso. Quello non si tocca. Saltinbanco ed ecco il nero. Gran parte pure per lui. Con nero dipingo spirale su sfondo bianco. Alla destra, in basso. Ripasserò dentro col viola. Mischierò i colori.

giovedì 3 giugno 2010

Abracadabra

Sveltando l’arcano assumerei certezze a tempo indeterminato. E’ passato il tempo. Flessibilità è la parola d’ordine. E si che sull’ordine c’è e ci sarebbe d’argomentare. Non tanto da scrivere note, questo è vero, ma abbastanza da far nascere pensieri e motivi. Ad assecondar le propensioni sarei cassazionista. M’attraggono i motivi, quasi quanto le ragioni. Al solito non si tratta di distanze. Non è quello a far paura. Non ora, non a me. Che poi paura è termine scorretto.
Mi apro a mò di libro, restando chiuso a mò di riccio. Che passi l’ossimoro e si manifesti il significato. Serve coraggio. Quello c’è. Mi domando se c’è n’è talmente tanto da esser scritto con la C, o se è solo quello di chi non deve combattere le battaglie vere. Festa della Repubblica, mi chiedo se sarei stato in grado di difenderla o ancor più di conquistarla. Fortunato nel non dovermi porre il problema.
Tornado a pesce, auspico la conoscenza. Perciò chiedo possibilità. Merce rara come il grano buono in questi tempi. Ed allora cosa valgo? Valgo un numero, un pasto, una notte. Valgo ciò che mi sento di valere. Niente meno di quel che voglio. Ognuno dovrebbe volere ciò che può. Prof. Siro, squallido uomo, esimio giurista. Lo stesso per cui a volte nella via vi è un’accelerazione. Fu la dedica alla prima occasione. Mi sento appassionato. Penso addirittura di esserlo.

sabato 29 maggio 2010

Mentre parlava Guttemberg

Al di fuori del tempo esistono i momenti che, al di fuori dello spazio portano luoghi e distanze. Aldi fuori dei sentimenti esistono le emozioni che, deviando dal previsto portano al sentito.

Nessun gioco di parole per l’umiltà di conoscersi, la promessa d’accettarsi e, perché no, quella di sapersi semplice illusionista.

Al solito, il trucco c’è e si vede.

Per definizione si cresce nelle ricorrenze. Domani ricorre il giorno in cui ci si sveste del grembiulino. Paresse poco non mi sarebbe venuta a trovare: Sua maestà l’ispirazione.

Il rispetto di cui al pranzo; gli sconti di cui alla parte di me; il solito pallino del perché. Quasi dimenticavo l’onestà. Ed allora sia.

Non me ne importa. Ecco perché non ne chiedo. Erro, sbaglio, cado e mi rialzo. Facile, m’han detto, farlo da solo. Più stupido che facile mi sento d’aggiungere. Facile è confondere la superficie con le fondamenta, facile è non conoscere. Anche e pure legittimo però. Ad ognuno il suo. E’ così che funziona.

Mischio le carte, che non son solo tre. La mia donna. Altro filone.

Sempre fuor di saldo; bastian contrario che ancora non ha capito che le aspettative logicamente seguono e non precedono. In alto i calici, che si brindi.

Alla natura dello scorpione ed a quella della rana; all’amico georgiano ed all’usanza di contare i giorni in cui non si è stati soli.

Avenguda Meridiana. Linea Rossa direzione fondo. Fabra I Puig la fermata. Non so perché ora, ma ne sento la mancanza. La costanza del filo rosso, forse ecco il legame. In mente i metri da fare, il caffè americano. Il profumo della fantasia e le forme dell’ispirazione. Colori, sempre loro. L’impaccio della prima volta, la naturalezza di quelle venute dopo. Se dubbio c’è da essere, che sia sull’essere stesso. Sono la mia casa, la mia camera, le mie scelte, i miei errori; sono la mia riservatezza che non si vede, che riservatezza sarebbe altrimenti? Sono Cruyff ed il mio campetto. Sono anche San Pietro alle quattro del mattino, la mille miglia e piazza Cavour e l’altare della patria. Paresse poco avrei pensato inutilmente.

lunedì 17 maggio 2010

Ric is came back!

Serve spazio per capire se stessi. Così come serve l’onestà di sentirsi sereni, ingiustificatamente, forse, poi, non così troppo. Ed allora che sicurezza sia, che pure venga scambiata e sbagliata per presunzione. Non lo è. Il suo nome è consapevolezza. E’, in parte, visione oltre il breve e sentore di ciò che c’è dietro. A confronto con altre vite, con altre storie. Io tocco la mia. Crescita finita da un pezzo. Tutt’al più si matura e si vive e si muore, ogni giorno. Incontri persone che senza neppure percepirlo di modificano la vita, te la migliorano e la peggiorano, troppe volte ambedue le cose assieme. Mai contro natura, perché è battaglia persa. Serve l’ispirazione per capire se stessi. Così come serve l’educazione ai propri tempi, ad ascoltarsi.
Serve ordine per capire se stessi, work in progress.

mercoledì 10 marzo 2010

Prime righe

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano,
col mio segreto.

sabato 6 marzo 2010

Ancora pagina 69

"Paraggi, invece stanno tutte sulle cime, dove non ci sono alberi da proteggere. Ho visto la croce, termine di salita per va per monti, termine di discesa in terra della vita narrata dai vangeli. La spinta di alpinista mi fa salire ancora per raggiungerla, completare i passi, ma riparte a friggere la plastica addosso, sto di nuovo dentro il campo del fulmine. La superficie inrno ringhia l'avviso e allora chiedo scusa, mi rannicchio e via di lì veloce a testa bassa verso un riparo asciutto, dove fiato sbuffa vapore, contento di salire. Ho finito il racconto, il cirmolo intanto ha spostato l'ombra. All'ora del tramoneto stampa la sua forma sopra la roccia dirimpetto, nitida come in neve fresca. Gli alberi di montanga scrivono in aria storia che si leggono stando sdraita sotto. Aspetto il primo buoi, che cancella l'ombra della roccia di fronte. Appena tolta, spunta la prima stella sopra Ganes e i gradi di tepore scendono allegri e svelti dalla scala. Mi decido a levarmi quando nel naso pizzica l'inizio della sera. L'ospite di un albero si deve dileguare all'ora che si tolgono le ombre."

mercoledì 3 marzo 2010

Il negozio di antiquariato

Musica di sottofondo.
In un buon momento; almeno così mi vedo, mi sento e mi ascolto. Nelle parole, che poco contanto, nelle reazioni ed azioni che, alla mano, qualche peso in più sembrano averlo. Discorso a parte meriterebbero le sensazioni. Terreno su cui non mi addentro.
Come Nemo e Will vado alla ricerca, felicità, serenità, o qualunque altro sostantivo che finista con la prima vocale accentanta che sia.
Giusto peso e giusta misura. Alle persone, ai vizi, agli zuccheri ed ai latticini.
E' la presenza costante a far da freccia. Il rosso lo porto io da casa.

sabato 13 febbraio 2010

http://www.youtube.com/watch?v=TOfC9LfR3PI&feature=related

Vediamo a cosa credo.
Ai segnali, poco importa se di fumo o stradali. Alle parole, anche se non sentite. Alla musica, in particolare a quella con la quale vorrei svegliarmi. Credo alla mia logica, molto più di quanto credo in me. Credo al tramonto delle stelle, all'alba che le segue ed al fatto che vincerò: peluche o cos'altro è ancora tutto da capire.
Crede di ascoltare, ma per dover di verità avverto che su questo c'è giurisprudenza contrastante. Togliere le ultime lettere dalle parole fa figo. Direi di si, credo pure in questo.
Al vento, perchè segna il mio viso molto più delle mie esperienze. Al freddo perchè, così come soltanto alcune persone, lo sento. Sul dolore ho qualche perplessità, perchè l'infingardo tende a farsi dare per scemato col tempo. Siam tra adulti e per questo direi che, ora che mi ci soffermo un par di secondi, l'ultima affermazione è emerita stronzata.
Rimane l'affermazione perchè il principio è che non si cancella niente del flusso.
I Rem sotto, dopo big Luciano. Non che cerchi in loro l'ispirazione ma una mano la danno.
Ora esco. Strano ma vero. Di sabato esco.
Seppur non vedo l'ora di tornare. Tela da scrivere.

domenica 7 febbraio 2010

Vestito rosso

Di riflesso sulla comunicazione. Cercarne una, due, tre. Cercarne tante quante forme esistono il che, nel mio particolare caso, significa pressochè il tutto.
Quello sui confini avrebbe potuto essere discorso altro e parallelo, ma l'inciso è per chi ha piacer d'indendere. Allora, pensieri miei, s'inizia. Punto e a capo.
Vorrei capire, ascoltare, percepire e sudare tutto quanto son capace di assorbire. Intravedo il fatto che il flusso sarebbe, comunque, ben più forte e mi conosco. Forse è questo il primo dei miei problemi. Giù le barricate, siam sicuri mi domando. Qui si parla di merce rara, preziosa. Si parla anche di me.
E con me serve da esser bambini, innocenti e sicuri. Serve affermar l'evidenza e negare l'esistenza di ciò che non c'è. Servono le parole e le azioni. Per le omissioni son già apposto così.
Un volontario che mi racconti la realtà, quella senza distorzioni.
Quella in cui il sentito è legittimo, in cui l'oggettivo è il metro ed in cui io mi conosco.
Chiedo tanto, troppo. Conosco il prezzo di mercato e mi accordo di andare oltre. A voler far sconti per la particolarità del bene direi che si potrebbe arrivar al saldo.
Mamma diceva che è un dono. Mamma mente. Mamma è di parte.
Il dono è forse capire cosa scrivo. E' il fossato il vero ostacolo. Passato quello siam già bel belli che al bastione. Bastianazzo in mente, così random. Padron Tony, che non era quello dei Beave, a rimmetter piedi a terra.
Che poi, di riffa o di raffa, al tempo si torna. Sicuro anche questo preconcetto mio, ma tu dimmi che per capire serve il tempo. Per conoscere serve il tempo nel suo vestito migliore, la qualità.