Si scrive quando si pensa.
In questo trovo la più probabile ragione del perché si scrive durante la sera.
Il silenzio dei letti caldi, il rumore impercettibile dei respiri degli abitanti che rende più calda l’aria.
Il fatto che nonostante questo, si avverte comunque il brivido a star lì, su quella seggiola con le braccia scoperte, a piedi scalzi.
Quando va bene c’è la luce a riscaldare foglio, penna e mano; più spesso capita che la stessa luce illumini e riscaldi soltanto la tastiera, e qualche polpastrello.
L’attenzione si dovrebbe spostare quindi sul quando si pensa.
Non voglio credere che si pensi più durante la sera. Delegittimerebbe l’agire di gran parte delle ore di una giornata. Primo, non mi piace affatto delegittimare. Al contrario. Mi piace dare a se stessi ciò che è di se stessi.
Si pensa, e qui non ammetto condizionali, ad ogni ora, ad ogni azione.
Logica vuole che allora Si scriva quando si ammette.
Decisamente meglio. E’ quindi il principio dell’ammissione, che vorrei discernere dal sacramento della confessione.
Qui il perdono non c’entra. Non si aspira né si richiede.
Forse è ridurre ai minimi termini, disilludere o sminuire, ma alla fine è solo questo che avviene con più frequenza di sera. Si ammettono le azioni, le omissioni, i pensieri puri ed impuri.
Ci si rende partecipi di una volontà che è già atto diretto in modo non equivoco e che quindi, il più delle volte, è già punibile come tentativo. Non basta. Non ancora.
Perché si potrebbe ammettere mentre gli occhi si chiudono, mentre gli stessi occhi leggono o, aperti o chiusi che siano, sognano.
Si scrive perché qualcuno legga.
Forse non si richiede di esser capiti, letti, decifrati o solo intuiti.
Si scrive perché così almeno gli strumenti son stati consegnati.
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